22/11/2019

Sezione Lavoro Sentenza n. 28741 del 7/11/2019 Pubblico impiego – dipendente a giudizio per associazione mafiosa – licenziamento – impugnativa del licenziamento per mancata affissione codice disciplinare e mancato rispetto termini del procedimento discip

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Segnalazione da U.O. Monitoraggio contratti e legale
Il dipendente di un Comune è stato licenziato in pendenza di giudizio penale nel quale era indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il lavoratore ricorre alla Suprema Corte perché l’impugnativa del licenziamento da lui presentata, era stata rigettata sia in primo che in secondo grado di giudizio. Il ricorso si basa sul fatto che il Comune datore di lavoro non aveva affisso il codice disciplinare, e sul mancato rispetto, a detta del ricorrente, dei termini del procedimento disciplinare. Quanto alla mancata affissione del codice disciplinare i giudici ricordano il seguente orientamento disciplinare cui intendono dare continuità: “Va infatti seguito e ribadito il più recente orientamento giurisprudenziale secondo cui «anche nel pubblico impiego contrattualizzato deve ritenersi, relativamente alle sanzioni disciplinari conservative (e non per le sole espulsive), che, in tutti i casi nei quali il comportamento sanzionatorio sia immediatamente percepibile dal lavoratore come illecito, perché contrario ai cd. minimo etico o a norme di rilevanza penale, non sia necessario provvedere alla affissione del codice disciplinare prevista dall'art. 55 del d.lgs. n. 150 del 2009, in quanto il dipendente pubblico, come quello del settore privato, ben può rendersi conto, anche al di là di una analitica predeterminazione dei comportamenti vietati e delle relative sanzioni da parte del codice disciplinare, della illiceità della propria condotta» (Cass. 31 ottobre 2017, n. 25977; Cass. 18 ottobre 2016, n. 21032)…..la necessaria previsione delle violazioni all'interno di Codice Disciplinare pubblicizzato mediante affissione non è condizione indefettibile dell'azione disciplinare, allorquando vi sia violazione del c.d. minimo etico… proprio perché il lavoratore, come reiteratamente affermato…non può non percepire ex ante che il proprio comportamento sia illecito e tale da pregiudicare anche il rapporto di lavoro in essere. …In tal senso è da intendere ora anche la previsione dell'art. 55, co. 2, d. Igs. 165/2001. E' vero che tale norma rimette alla contrattazione collettiva la determinazione della tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni, ma al contempo essa richiama l'art. 2106 c.c. e, di conseguenza, anche le norme generali (art. 2104 e 2105 c.c.), cui la medesima disposizione rinvia. Ciò permette di radicare l'illecito disciplinare nella violazione dei generalissimi obblighi di diligenza e fedeltà e dunque consente in ogni caso la persecuzione disciplinare dei fatti che, esorbitando dal menzionato "minimo etico", si pongano al contempo in contrasto con quegli obblighi e risultino in lineare correlazione rispetto al mantenimento o meno del rapporto fiduciario. In definitiva, rispetto a fatti per così dire "atipici", ma immediatamente percepibili come incompatibili rispetto al rapporto di pubblico impiego, la normativa di cui al d.lgs. 165/2001, anche sotto il profilo della previa pubblicizzazione, non può che ricevere la medesima interpretazione che viene costantemente data, in giurisprudenza e rispetto ai rapporti di lavoro privati, all'art. 7, co. 1, L. 300/1970.” Per quanto riguarda poi i termini del procedimento disciplinare nei confronti dei dipendenti delle P.A la Corte ricorda i seguenti principi di diritto: “i termini «endoprocedimentali hanno carattere ordinatorio ancorché debbano essere applicati nel rispetto dei principi di tempestività ed immediatezza, sicché l'inosservanza del termine previsto dall'art. 55, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001 per la trasmissione degli atti all'ufficio designato per i procedimenti disciplinari ad opera del capo della struttura di appartenenza del dipendente, che ravvisi fatti non rientranti nella propria competenza (...), non determinano la decadenza dall'azione disciplinare» (Cass. 14 giugno 2016, n. 12213), se non allorquando risulti che ne venga in concreto pregiudicato il diritto di difesa (Cass., 10 agosto 2016, n. 16900). …Ancora, in relazione al mancato rispetto del termine dilatorio tra contestazione e audizione personale, è stato detto e qui si riconferma che «in materia di procedimento disciplinare nel pubblico impiego contrattualizzato, l'art. 55 bis, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, prevede un termine, di carattere meramente endoprocedimentale, per la convocazione a difesa dell'incolpato, di dieci o, nel caso di provvedimenti più gravi, venti giorni, sicché la contrazione di esso può dare luogo a nullità del procedimento, e della conseguente sanzione, solo ove sia dimostrato, dall'interessato, un pregiudizio al concreto esercizio del diritto di difesa» (Cass. 23 maggio 2019, n. 14069; Cass. 22 agosto 2016, n. 17245). I giudici respingono quindi il ricorso.

 
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