L’Italia vista dalle finestre di Bruxelles

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Intervista all'europarlamentare Silvia Costa. 

Come pensa si possa incentivare l'occupazione giovanile, nel momento in cui il cambio generazionale nel mondo del lavoro è sempre più esiguo, l'età pensionabile sempre più lontana e il tutto in una situazione segnata profondamente dalla contrazione dei consumi e dalla conseguente restrizione depressiva del mercato lavorativo?

Dal Dopoguerra a questa parte in Europa ci sono meno giovani e più disoccupazione: è quello che io chiamo il ‘paradosso europeo’. Nell’Unione, la popolazione sotto i 25 anni si riduce e il tasso di disoccupazione cresce: segno che dobbiamo rispondere predisponendo politiche mirate ai giovani, come la Garanzia per i giovani ed Erasmus Plus, ma soprattutto attivando politiche “più giovani” ovvero innovative, fondate sull’ampliamento delle competenze, l’uso delle nuove tecnologie, e su un nuovo impulso alla cultura, al turismo e allo sviluppo dei territori e dell’ambiente e estendendo il più possibile l’accesso alle opportunità offerte dalla nuova programmazione europea.

A suo avviso, l'apertura delle frontiere a livello europeo va vista come una possibile soluzione, una chance in più, oppure, ancora, le infrastrutture organizzative e attuative non riescono a dare risposte adeguate alle aspettative dei giovani lavoratori?

Il 13,2% di giovani europei sotto i 24 anni che non studia né lavora e i quasi 6 milioni di giovani disoccupati in Europa testimoniano la necessità di ripartire dall’istruzione e dalla formazione professionale e tecnica di qualità, e non certo dal disinvestimento che ha interessato il settore in molti Stati membri negli ultimi anni. È necessario agire per ridurre il mismatching professionale attraverso l’allineamento dei curricula con i 2 milioni di posti di lavoro vacanti in Europa, ripartire dal completamento del sistema EQF (Quadro europeo delle qualifiche) per la certificazione delle qualifiche e crediti formativi e garantire il sostegno, anche da parte del FSE (Fondo sociale europeo), a fondi di garanzia e incentivi alle imprese di giovani. Vanno incrementate le borse destinate ai giovani ricercatori, sostenuti i programmi che favoriscono la mobilità europea. Per raccogliere e vincere la sfida che abbiamo di fronte occorre studiare e promuovere il contributo dei social networks alla nuova occupazione autonoma e supportare il ruolo delle organizzazioni e reti giovanili per incrementare l’orientamento, la partecipazione attiva e la piena cittadinanza europea dei giovani.

Una recente indagine promossa dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e dalla Commissione Europea ha rilevato e distinto il grado di preparazione professionale dei cittadini europei in materia di telecomunicazioni, anche guardando alle semplici conoscenze alfabetiche e matematiche. Nella mappatura delle classi di merito l'Italia è stata inclusa nei Paesi che mostrano maggiori carenze. Come pensa si possa risolvere questo gap?

Ripartendo dall’istruzione e dalla formazione, senza dubbio.

Sappiamo che in Italia la strategia di Lisbona 2010 ha visto mancare alcuni fondamentali obiettivi quali la riduzione della dispersione scolastica (8 punti superiore all’obiettivo europeo del 10%), la formazione continua (7,5 contro l’obiettivo europeo del 12,5), l’allineamento delle competenze alle esigenze del mercato del lavoro, il numero dei laureati (pur cresciuto), e la disoccupazione giovanile. Oggi, la base per ogni iniziativa dell'UE nei prossimi anni è naturalmente la strategia Europa 2020. Tale strategia, nel settore occupazione, riprende l'iniziativa del 2008 intitolata "Nuove competenze per nuovi lavori", che era mirata a migliorare il livello delle competenze e la definizione del relativo fabbisogno, ma amplia il ventaglio degli scopi e delle attività. Come dicevo, il bilancio di Lisbona 2000-2010 è stato su questo fronte deludente: in quel bilancio deludente e nelle ansie della crisi, i temi dell’educazione, della formazione e dell’occupazione hanno a maggior ragione un posto centrale. La crisi infatti non ha fatto altro che mettere a nudo il già registrato mancato raggiungimento degli obiettivi fissati allora, quelli che si riassumevano nella formula prefigurante, per l’Europa, uno sviluppo sostenibile con più lavoro per tutti, coesione sociale e rispetto per l’ambiente. Sappiamo bene che, in qualche modo, non è andata così. La Strategia Europa 2020, a differenza della Strategia di Lisbona, è segnata dall’esperienza della crisi. La sintesi del programma Europa 2020 è fatta di tre priorità: una crescita che si vuole intelligente (un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione), sostenibile (un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva) e inclusiva (un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale).

In questo quadro di sintesi si collocano anche le quattro linee strategiche che definiscono la centralità dell’educazione e della formazione nel disegno Europa 2020 (che come dicevo ha ripreso, nel settore occupazione, l’iniziativa “Nuove competenze per nuovi lavori”). La prima chiede che l’istruzione, la formazione permanenti e la mobilità dei discenti divengano una realtà. Nel ribadire questa linea l’Unione Europea ricorda che gli Stati membri si erano impegnati a mettere a punto strategie nazionali coerenti e globali in materia d’istruzione e di formazione permanenti. Passi in avanti sono stati fatti a livello europeo con il Quadro europeo delle qualifiche (EQF). La seconda è volta a migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione attraverso la promozione delle conoscenze linguistiche, anche nella formazione professionale, lo sviluppo professionale degli insegnanti e dei formatori e le dimensioni della governance e del finanziamento, con l’invito, in particolare, alla sostenibilità degli investimenti pubblici e privati. Per ottenere risultati di alta qualità su una base sostenibile, l’Europa chiede di rivedere l’organizzazione e la gestione dei sistemi d’istruzione e di formazione, che dovrebbero godere di maggiore autonomia, essere più aperti alla società civile e alle imprese ed essere soggetti a sistemi efficaci di garanzia della qualità. La terza riguarda la promozione dell’equità e della cittadinanza attiva, perché tutti i cittadini siano in grado di acquisire, di aggiornare e di sviluppare, lungo tutto l’arco della vita, le competenze professionali e le competenze essenziali necessarie per l’accesso alla formazione continua, per la cittadinanza attiva e per il dialogo interculturale. A tal fine gli Stati membri dovrebbero dare priorità alla lotta all’abbandono precoce del sistema scolastico, all’insegnamento pre-primario, agli immigrati e ai discenti con bisogni specifici. Infine, la quarta linea strategica intende incoraggiare, a tutti i livelli dell’istruzione e della formazione, l’innovazione e la creatività, compresa l’imprenditorialità, e stabilisce le priorità della piena integrazione delle competenze trasversali fondamentali nei programmi, della valutazione, dell’aggiornamento delle qualifiche, della messa a punto di metodi d’istruzione e apprendimento specifici e dello sviluppo di partenariati tra organismi d’istruzione e di formazione e le imprese, gli istituti di ricerca, i soggetti e le imprese attivi nel settore culturale. Il quadro di riferimento europeo sulle competenze chiave per l'apprendimento permanente ha peraltro definito le seguenti come competenze chiave per poter operare con successo nella società della conoscenze: 1. comunicazione nella lingua materna, 2. comunicazione in lingue straniere, 3. competenze matematiche e competenze di base in scienza e tecnologia, 4. competenze digitali, 5. imparare ad apprendere, 6. competenze sociali e civiche, 7. senso dell'iniziativa e dell'impresa, 8. consapevolezza ed espressività culturale. Standard che devono essere tenuti in considerazione da tutti gli Stati membri. Al di sotto di essi, di fatto, ci si trova in una condizione di debolezza nel mercato del lavoro e nella società.

Lei, in qualità di relatrice al Parlamento europeo del testo "Europa Creativa", come italiana e quindi profonda conoscitrice della nostra cultura, quale o quali settori individuerebbe su cui investire?

L'importanza economica dei settori culturali e creativi è evidente: nell'UE essi rappresentano il 3,3% del PIL e danno lavoro a 6,7 milioni di persone (3% dell'occupazione totale). I numeri sono a maggior ragione significativi se si considerano l'industria della moda e quella dei prodotti di alta gamma, per le quali l'aspetto creativo e culturale è fondamentale. Sono ormai numerose le ricerche che evidenziano come, nel corso degli ultimi, anni il settore culturale è diventato un segmento di mercato capace di dare origine ad una attività economica, produrre e distribuire reddito.

Tra il 2008 e il 2011 l'occupazione nei settori creativi e culturali ha mostrato una capacità di recupero migliore dell'economia dell'UE nel suo complesso, anche se i tassi di crescita sono stati diversi tra i vari sotto-settori. In alcuni settori si riscontra un tasso di occupazione giovanile più alto che nel resto dell'economia. A livello locale o regionale, gli investimenti strategici in questi settori hanno conseguito risultati straordinari. In Italia, il settore utilizza in media un numero pari a 2,5 volte in più dei laureati rispetto alla media italiana, testimoniando quindi la maggiore capacità di fornire occupazione intellettuale.

La crescita dell’occupazione culturale è funzione della valorizzazione del patrimonio, se questa viene intesa non solo in senso conservativo, ma anche e soprattutto come creazione di infrastrutture e servizi, anche innovativi. I percorsi di formazione non possono essere “sganciati” da questa logica: vanno rimodulati nella direzione di una migliore sintesi tra patrimonio, attività culturali e tecnologia e innovazione (es.: esperti nella digitalizzazione del patrimonio). Investire nel settore culturale può quindi rappresentare un motore di sviluppo per assicurare la riduzione della disoccupazione intellettuale italiana, ma anche lo stimolo a nuovi e più fluidi incroci tra percorsi formativi, competenze trasversali e domanda di lavoro.

Anna Maria Travagliati - CEEP Italia 

 

 
EDITORIALE
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