La pubblica amministrazione che verrà

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Il Governo italiano, nella lettera inviata al presidente della Commissione europea Barroso e al Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, si è impegnato a creare nel nostro Paese le condizioni strutturali favorevoli alla crescita e allo sviluppo e tra gli obiettivi individuati c’è quello della modernizzazione della pubblica amministrazione.

La pubblica amministrazione negli ultimi anni è stata oggetto di una importante riforma (legge Brunetta) e di una serie di interventi di riduzione della spesa che la vedono profondamente cambiata.

La recente riforma Brunetta si è caratterizzata per interventi volti alla trasparenza, alla meritocrazia, all’introduzione di sistemi di valutazione e a un sistema contrattuale più snello ed efficace (vedi riduzione dei comparti di contrattazione). Tutto ciò attraverso la diffusione, nel relativo contesto, di una reale cultura dell’efficienza, del merito e dell’integrità, responsabilizzando il lavoratore pubblico, dirigente e non, sul proprio ruolo e sulla rilevanza della funzione che è chiamato a svolgere, facendo emergere, ove occorra, i meriti o i demeriti rilevati.

Sul versante della riduzione della spesa sono molte le misure adottate nelle ultime manovre finanziarie, che sinteticamente si possono così riassumere:

a)     blocco delle retribuzioni;

b)     blocco della contrattazione collettiva nazionale e maggior controllo sulla contrattazione di secondo livello;

c)     blocco delle promozioni;

d)     lotta all’assenteismo;

e)     limitazione delle assunzioni (si può assumere solo il 20% dei cessati);

f)      riduzione delle dotazioni organiche delle amministrazioni.

I provvedimenti sono stati dolorosi ma indispensabili, vista la grave crisi finanziaria del nostro Paese e nel resto d’Europa. Bisogna però ammettere che, se pur dolorosi, gli interventi sul pubblico impiego non raggiungono mai gli effetti che la crisi finanziaria ha sui lavoratori privati. In quest’ultimo caso siamo di fronte a chiusura delle imprese, cassa integrazione e licenziamenti.

Ovviamente le misure adottate devono essere accompagnate da una profonda e ampia riorganizzazione della macchina amministrativa. Questo perché i tagli sono stati fatti su un’organizzazione statale costruita più di trenta anni fa e che a quel tempo non doveva rispondere del suo costo (né della sua efficienza) a livello internazionale: un’organizzazione imponente e pletorica con un numero di dipendenti in eccesso rispetto alle esigenze funzionali. Oggi molte amministrazioni, con organigrammi ormai superati, trovano grandi difficoltà ad operare in una situazione di crisi e con il personale che man mano diminuisce. Per questo diventa  necessario intervenire sull’organizzazione partendo dalla razionalizzazione delle strutture, operando degli accorpamenti di funzioni e competenze. L’obiettivo è quello di concentrare l’esercizio delle funzioni istituzionali, attraverso il riordino delle competenze degli uffici, evitando la frammentazione delle attribuzioni e dei processi; unificare le strutture che svolgono funzioni logistiche e strumentali; avviare, possibilmente, la sottoscrizione di appositi accordi tra più amministrazioni, per l’ esercizio unitario delle funzioni logistiche e strumentali, compresa la gestione del personale, nonché l'utilizzo congiunto delle risorse umane in servizio presso le strutture centrali e periferiche.

La riprova della necessità di questo percorso è dimostrata dal fatto che nel nostro Paese il numero dei dipendenti pubblici non è più alto di altri paesi europei. Infatti, mentre da noi sono circa 3.400.000 pari al 5,7% della popolazione, in Francia sono 5.200.000, pari all’8% della popolazione, in Germania 4.500.00 pari al 5,5% della popolazione.

Il problema vero non ė il numero, bensì la distribuzione del personale nelle varie amministrazioni. Una giusta ricollocazione del personale nei confronti di una nuova organizzazione delle amministrazioni consentirebbe di avere una pubblica amministrazione più snella, più efficiente e, soprattutto, più rispondente alle esigenze dei cittadini e delle imprese.

In questa direzione, ad esempio, più volte ci sono stati tentativi normativi di soppressione di enti di piccole dimensioni (50/70 dipendenti) con conseguente trasferimento delle competenze (e del personale) alle amministrazioni vigilanti, non ultimo nel decreto legge della manovra di agosto. Ma ogni volta la norma di soppressione dei piccoli enti è stata eliminata. E’ inutile ricordare che un ente, per piccolo che sia, ha un presidente, un consiglio di amministrazione, un collegio dei sindaci, un direttore generale, qualche dirigente ecc.

Pertanto non bastano solo i tagli alla spesa, che lentamente stanno strozzando le amministrazioni, ma una riorganizzazione delle stesse.

In questo senso va interpretata la parte della lettera che riguarda la pubblica amministrazione:

“Per rendere più efficiente, trasparente, flessibile e meno costosa la pubblica amministrazione, tanto a livello centrale quanto a livello degli enti territoriali (oltre al vigente blocco del turnover del personale), renderemo effettivi con meccanismi cogenti/sanzionatori:

a. la mobilità obbligatoria del personale;

b. la messa a disposizione (Cassa Integrazione Guadagni) con conseguente riduzione salariale e del personale;

c. il superamento delle dotazioni organiche.

Contestualmente all’entrata in vigore della legge costituzionale recante l’abolizione e la razionalizzazione delle province è prevista l’approvazione di una normativa transitoria per il trasferimento del relativo personale nei ruoli delle regioni e dei comuni”.

La mobilità (soprattutto quella obbligatoria) e la messa a disposizione (in caso di eccedenza di personale rispetto alle dotazioni organiche) sono istituti normativi già esistenti nel nostro ordinamento, ma mai effettivamente operativi perché la distribuzione del personale nelle amministrazioni si fonda sul concetto ormai obsoleto delle dotazioni organiche. E’ necessario, quindi, andare verso un superamento delle dotazioni e obbligare le amministrazioni a muoversi entro un effettivo fabbisogno di personale legato a un budget finanziario definito.

La crisi può essere l'occasione per ripensare ad una nuova pubblica amministrazione che non sia più solo una fonte di spesa (da tagliare e basta), ma un vero e proprio fattore di sviluppo del nostro Paese.

Antonio Naddeo

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EDITORIALE
La pubblica amministrazione che verrà

 

Il Governo italiano, nella lettera inviata al presidente della Commissione europea Barroso e al Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, si è impegnato a creare nel nostro Paese le condizioni strutturali favorevoli alla crescita e allo sviluppo e tra gli obiettivi individuati c’è quello della modernizzazione della pubblica amministrazione.

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