Truffa aggravata per il dirigente che protegge l'assenteista

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Confermata dalla Cassazione la condanna ad un anno di reclusione e ad una multa per il dirigente che, non solo non ha impedito ad alcuni dipendenti di violare con comportamenti fraudolenti l’orario di lavoro, ma, con la sua condotta omissiva, ne ha favorito l’atteggiamento illecito.

La II sez. penale della Corte di Cassazione, con sentenza n. 35344 del 29 settembre 2011, ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva condannato ad un anno di reclusione e a 300.000 euro di multa, un dirigente del Comune di Milano per il reato di truffa aggravata, affermando che "concorre nel reato con condotta commissiva – anziché mediante omissione ai sensi dell’art. 40, comma 2 c.p. – il dirigente di un ufficio pubblico che non soltanto non impedisce che alcuni dipendenti pongano in essere reiterate violazioni nell’osservanza dell’orario di lavoro, aggirando in modo fraudolento il sistema computerizzato di controllo delle presenze, ma favorisca intenzionalmente tale comportamento creando segni esteriori di un atteggiamento di personale favore nei confronti dei correi, in modo tale da creare intorno ad essi un’aurea di intangibilità, disincentivare gli altri dipendenti dal presentare esposti o segnalazioni al riguardo e così affievolire, in ultima analisi, il cosiddetto 'controllo sociale' "...."tale condotta ha valenza agevolatrice del reato anche solo per il sostegno morale e l’incoraggiamento che i dipendenti infedeli ricevono da una simile situazione di favore; senza che occorra accertare se il dirigente dell’ufficio avesse o meno il potere di impedire la consumazione del reato".

La fattispecie qui evidenziata è importante per più aspetti. Da un lato interviene sulla questione della responsabilità del dirigente in caso di violazione, da parte dei dipendenti, dell’osservanza dell’orario di lavoro (sia attraverso l’utilizzo fraudolento del badge, sia attraverso altri metodi). Interviene, peraltro, a quanto risulta dalla sentenza, in modo indipendente dalle modifiche apportate dal d.lgs. n. 150/2009 alla procedura e alle sanzioni in materia disciplinare, ma, comunque, inserendosi nello stesso trend.

Deve essere ricordato che la questione della rilevanza sia disciplinare, sia penale della falsa attestazione della presenza in servizio o, comunque, degli obblighi di rispetto dell’orario di lavoro nel settore pubblico è stata oggetto di una particolare attenzione mediatica negli ultimi anni.

Per un certo periodo la questione ha semplicemente riguardato la sua rilevanza penale (integrando il reato di truffa – aggravata, sempre e comunque, perché ai danni di pubblica amministrazione). Poi, nella stagione contrattuale 2006-2009, è stata più efficacemente prevista anche sul versante disciplinare. Successivamente, con il d.lgs. n. 150/2009, sono state apportate significative modifiche alla fattispecie sia sul lato disciplinare (nuovo art. 55 quater del d.lgs. n. 165/2001) sia sul lato penale (art. 55 quinquies) con la previsione di un reato specifico “false attestazioni o certificazioni” che si va ad aggiungere (e non a sostituire) alla generale previsione di truffa aggravata.

In questo senso la sentenza non è (e non potrebbe essere) innovativa in quanto il reato in questione è stato certamente commesso prima delle modifiche legislative, ma è comunque significativa di una attenzione, prima molto meno rilevabile (anche da parte della magistratura), alla responsabilità dei dirigenti sulla questione.

Ovviamente la sentenza ha anche una sua specificità in quanto non si confronta solo con la generale opinione che vada colpita, in qualche maniera, la condotta omissiva del dirigente su queste ed altre fattispecie ma, come risulta dalla sentenza, in questo caso si è evidenziata una vera e propria “copertura” dei comportamenti illeciti.

Comunque sia, anche la semplice mancanza di controllo o, più in generale, un atteggiamento omissivo della dirigenza non è più ritenuto tollerabile (anche se la sentenza, sul punto, nei fatti non si esprime, preferendo insistere sul comportamento “attivo” del dirigente nel permettere la commissione del reato).

E’ significativo, per una riflessione più ampia, il fatto che la difesa del dirigente abbia cercato di far risultare l’innocenza del proprio assistito facendo rilevare che egli non aveva possibilità di impedire il reato ma, al massimo, di poter infliggere delle sanzioni disciplinari.

A ben vedere è una difesa molto diffusa e inconsistente: come se attivare un procedimento disciplinare non avesse, almeno, la valenza di mettere uno stop ad atteggiamenti inaccettabili e, comunque, non costituisse un evidente segno di controllo sui comportamenti tale da impedire, almeno per il futuro, la reitera del reato (fattispecie sicuramente verificatisi nel caso di Milano in cui è evidente, dalla lettura della sentenza, che i comportamenti illeciti erano ormai diffusi, quasi “normali”).

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